E' sempre prezioso fare un po' di silenzio intorno, avere momenti in cui si soli con noi stessi, far riferimento alla storia passata, riconsiderare il nostro posto nel mondo, l'incredibile esperienza che la vita ci offre, il potere esprimere la nostra musica, il nostro sentire.
Ricordo quando alle elementari, il maestro ci ha regalato un Vangelo tascabile. Ricordo l'emozione che ho provato nel riceverlo e l'eccitazione che provai nel portarlo a casa, dove in un luogo segreto lo aprii.
Mi aspettavo di trovare degli insegnamenti chiari per affrontare il mondo, una sorta di libretto d'istruzioni della vita, cosa che io non avevo ricevuto alla nascita.
Non vi dico la mia delusione e il mio scoraggiamento, quando lo iniziai a leggere. Era uno scritto redatto con una lingua complicata e arcaica, assai lontano da quello che mi aspettavo.
Oggi ci sono persone che studiano le strategie per tenerci imbrigliati agli schermi, affinché da sedotti, rimaniamo incarcerati nelle mille seduzioni del nostro tempo e non muoviamo un passo verso la direzione che può donarci libertà e liberazione.
Quel Vangelo che iniziai a sfogliare quando ero piccino non era dolce, non era per me facilmente comprensibile, perché aveva bisogno di parlare attraverso la mia vita, accompagnandomi negli anni successivi, aspettando la mia maturazione e che potessi comprendere il mondo circostante e i miei simili, prima di offrirmi una via diversa che proprio tra le sue pagine aveva indicato la porta d'ingresso.
Riflessioni (da rivedere)
Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Marco 8,11-13.
In quel tempo, vennero i farisei e incominciarono a discutere con lui, chiedendogli un segno dal cielo, per metterlo alla prova.
Ma egli, traendo un profondo sospiro, disse: «Perché questa generazione chiede un segno? In verità vi dico: non sarà dato alcun segno a questa generazione».
E lasciatili, risalì sulla barca e si avviò all'altra sponda.
16.2.26
Rivedo ancora il volto del Sacerdote e riascolto la sua frase ripetutami due volte ieri, in momenti diversi del pomeriggio: "Stai in pace".
Ieri il Vangelo terminava con le parole di Gesù: "Le vostre parole siano Si o No, il resto viene dal maligno". C'è dunque bisogno davvero di tante parole quando ti avvicini a qualcuno?
La dimensione dello Spirito in cui troviamo Gesù è pacificata, limpida, piena.
Non ha bisogno di essere spiegata, non ha bisogno di parole, è lei la fonte d'ogni logica e profondità.
Basta a se stessa come una bella giornata di sole, come la presenza di una madre che ti fa sentire al sicuro.
Quando uno beve dell'acqua si disseta senza chiedersi cosa accade.
Così come quando ci si immerge nell'acqua, non c'è bisogno di parlare, ma solo di lasciarsi avvolgere.
Gesù non si lascia sedurre dalla prassi di dare spiegazioni o motivazioni circa il suo operato, la Verità non ha bisogno di spiegare se stessa, o si va nella Verità o se ne resta fuori.
L'"acqua vera" o la si beve e allora dissetandosi si guarisce dalla sete, oppure non riusciamo comprendere, a forza di parole, cosa è la "vera acqua" per noi.
Non sono i segni, o i miracoli ad essere al centro del Vangelo, ieri come oggi, ma il Vivente, la sua dimensione di Pace, ieri come oggi.
"Stai in pace" diceva il Don ieri.
Accompagnare qualcuno nella fede è un lasciar fare.
Lo Spirito lavora in ognuno senza sosta, in modo delicato, rispettando la libertà di ognuno. Non sono le nostre parole ad essere preziose , ma augurarci, in silenzio, la realizzazione di colui che ci è prossimo.
E' l'augurio della Pace la cosa migliore da offrire, la dimensione in cui lo Spirito meglio lavora.
Un significato evangelico è lo stare accanto al fratello, in modo ben augurante, o compiere per lui piccoli gesti , significativi, liberanti e distaccati, e farti subito da parte (per davvero).
Ci sono persone, purtroppo non sono tante, che dentro ascoltano la musica dello Spirito e canticchiano la sua melodia.
Sembrano persone distaccate perché sembrano non accusare il peso della vita , ma sono più connesse dei più; sembrano menefreghiste, ma sono invece assai più impegnate e risolutive nel bene di altri. Non riesci a farteli amici (nel senso umano dl termine), ma puoi essere loro più che amico, nella libertà dello Spirito.
In Gesù, nello Spirito, si è compagni di viaggio per sempre.
Cosa fare quando qualcuno ci mette alle strette e ci sommerge nella sua studiata e reiterata infelicità ? Non parlo di infelicità legata alle tante prove che subiamo nel mondo, ma di quell'abito di alcuni, cucito con astuzia, fatto di un colore accattivante, usato per vendere o avere privilegi a danno del prossimo. Oppure quelle persone legate da tante catene che devono continuamente spiegare e chiarire la loro condizione esistenziale infelice.
Nel tempo si libereranno. Auguriamo per loro e per noi la Pace.
Quando si avvicinano queste persone legandoti, reclamando da Te spiegazioni per ciò che fai o sei, fai un bel respiro, riempiti di Spirito e di pace, prendi la barca e vai sull'altra sponda. C'è Pace durante il tragitto sul mare. Gesù ha scelto con cura il luogo della sua venuta e sapendo ciò a cui andava incontro, ha cercato un posto sulla terra in cui ci si poteva ogni tanto isolare. E così. su un monte o sul mare, cercava e trovava la Pace.
Marco 7,1-13
Invano essi mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini.
Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini».
E aggiungeva: «Siete veramente abili nell'eludere il comandamento di Dio, per osservare la vostra tradizione....
10.2.26
Chi è giusto davanti a Te, Signore? Chi può osare alzare lo sguardo verso il Tuo volto? Gesù non si limita ad ammonire i farisei, ma avverte tutti noi: dobbiamo essere cauti, evitando di "impossessarci" della trasparenza di Dio o di ridurla a mera materia.
Spesso sentiamo la necessità di scrivere ciò che non vogliamo dimenticare, di "fotografare" il mondo, di imporci regole o di riassumere in noi una certa prassi teologica per regolare la nostra vita. Questo accade frequentemente all'inizio di un risveglio spirituale: vorremmo auto-imporci dei binari per facilitare l'incontro con il Signore. Tuttavia, la nostra umanità ci spinge poi ad affidarci più a quelle pratiche che al Signore stesso.
Se l'apatia spirituale rischia di cogliere chi vive una vita priva di cambiamenti, sono proprio gli incontri e gli scontri quotidiani a mantenerci "all'erta" nel bene.
Durante il giorno occorre "zappare". Non è piacevole stancarsi o sentire il dolore alla schiena, eppure in quello sforzo risiede l'offerta del nostro operato a Dio, che ci vuole lavoratori di questa terra, pienamente inseriti nel mondo. Allo stesso tempo, è vitale abitare una condizione di riposo interiore e di affidamento.
È giusto riposare il sabato, così come è giusto lavorare durante la settimana.In ogni istante dovremmo operare con la dedizione del giorno feriale e riposare con la pace del sabato.
Tuttavia, né il lavoro né il riposo devono essere divinizzati o usati come giustificazione del nostro valore davanti a Dio.
La nostra grande difficoltà è restare accanto a un Dio vivente nell'attimo presente; tutto ciò che facciamo dovrebbe scaturire da questo "sentire interiore".
Signore Gesù, fa' che il Vangelo scritto mi risvegli e che io Ti trovi subito al mio fianco. Fa' che io non indichi al prossimo il libro, ma Te. Fa' che la Tua Parola mi pervada e che io la trasmetta nel silenzio. Fa' che io Ti porti nel mondo e che, allo stesso tempo, io sparisca dal mondo.
Questa non è una delle tante evoluzioni dell'anima o una tra le molte vie per compiacere Dio. È la Via: la restituzione di tutto al Tutto. Di nostro non abbiamo nulla; abbiamo solo preso in prestito i beni della terra, accesi da un anelito di vita primordiale.
Restituiamo ciò che è della terra alla terra e lo Spirito a Dio.
Benedire
Il Signore non dà solo il contenuto ma anche il gusto nel fare bene le cose.
Soddisfacente per noi è il gesto fatto per Lui, qualunque cosa si intenda realizzare a vantaggio del prossimo.
Benedire è manifestare sentimenti propri del Signore nei confronti di altri.
E' giusto usare nostre parole per confermare nel fratello la presenza e l'opera del Signore.
Benedire è ribadire con parole e gesti umani, l'amore di Dio per tutti noi.
Quando parliamo di qualcuno, se vogliamo essere il più vicino possibile al sentire divino per quella persona, la dovremmo dunque benedire, cioè avere parole per lui di lode e liberazione.
Il deserto
Attraverso la prova, nei periodi di deserto e di assedio del nemico, il Signore ci fa rendere conto con quanta Grazia ci alimenta.
La condizione di salute fisica, così come quella spirituale, non è affatto una condizione scontata, in qualche modo acquisita e dovuta, ma è costituita da un insieme di buone funzioni di organi e apparati.
Al posto di pensare che la malattia sia un decadimento di una di queste funzioni, dovremmo considerare la salute come armonia e un mirabile concerto di tutte le nostre facoltà, un concerto non affatto scontato.
Il peccato è quello stato di prostrazione dell'animo in cui si è sopraffatti da ciò che non è Luce e Speranza, da ciò che non è salvezza, da ciò che non è Grazia.
Quando torniamo a risentirci riempiti di salute spirituale e corporale, dovremmo sempre mantenere uno stato di grande umiltà e fare memoria della nostra malattia. Dovremo guardarci attorno per confortare e spronare verso la guarigione coloro che soffrono. Ora si che comprendiamo il loro miserabile stato ! Quando si torna nello stato di grazia ci si mette subito al servizio del Signore, che è anche quello del prossimo.
Dentro di noi risuona la Parola in modo più fresco e incisivo, ci calza appieno, assai più di quando, prima di cadere, eravamo in piena salute ma navigavamo in modo inefficace.
Dopo il deserto, la natura rigogliosa della Grazia ci appare magnifica e tutto ciò aumenta la nostra fede.
Ci si rende conto di come siamo seguiti e amati, comprendiamo la presenza di Dio in noi e negli altri e questo ci conforta e ci sprona a proseguire nel nostro cammino, che non è mai così gravoso. Il Signore rispetta ciò che siamo e ciò che riusciamo a essere o a fare. Ci accompagna nelle azioni concrete, ma permette anche un riposo "speciale", gioioso, che rigenera il cuore e il fisico.
È in questa condizione di risanati che bisogna camminare, sentendo sempre dentro la nostra primaria condizione di fragilità che deve ancorarci a un'umiltà profonda, la stessa che Gesù ha mostrato nei nostri confronti.
Nella nostra memoria di deserto interiore troviamo il Signore, è lì che possiamo parlare con lui di qualunque progetto, come dei bambini che sanno che il padre ha già tutto predisposto, ma permette a noi di contribuire al suo disegno.
Da questo nasce la nostra leggerezza e la nostra gioia: nel fare come il bambino che prende un pennarello e scarabocchia il muro di casa. Nostro Padre non ci sgrida, ma sorride e prendendo il pennarello, dal nostro scarabocchio, con lungimiranza e perizia, trae un magnifico disegno.
Umiltà e nascondimento sono sue caratteristiche, tramite la sua Grazia permette che in noi operi una maestria non del tutto nostra. Al termine del disegno ci dirà che quella meraviglia l'abbiamo fatta tutta noi.
Così opera Dio con noi. Così noi con i nostri figli quando l'amore è in noi. Così si opera con il prossimo quando Gesù è in noi.
Quando comprendi che sei rinato ancora e quel dolore che tu credevi morte era solo la falce che mieteva, per farti pane,
esplode di gioia il cuore. La pietra che macina non fa più paura.
Frantumava solo l'orgoglio, quel duro sasso che tu credevi cuore.
Oltre il recinto del mondo vivono persone che hanno spezzato il giogo del peccato.
Gesù ti fa la Grazie di diventar piccino tanto da passare tra le maglie strette della rete.
Oltre il recinto c'è vero tempo, vera dimensione, vera unione.
Sono stato zitto perché è così meraviglioso questo fiore che a parlare mi sembra di sciuparlo.
Fiore d'aprile coi piedi feriti e le labbra spaccate
Fiore sbocciato su croce, inaridito al nero sole del peccato, fiore ora rinato in spirituale serra da cui
profuma ogni intezione.
Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Marco 4,35-41.
In quel medesimo giorno, verso sera, disse Gesù ai suoi discepoli: «Passiamo all'altra riva». E lasciata la folla, lo presero con sé, così com'era, nella barca. C'erano anche altre barche con lui. Nel frattempo si sollevò una gran tempesta di vento e gettava le onde nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t'importa che moriamo?». Destatosi, sgridò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!». Il vento cessò e vi fu grande bonaccia. Poi disse loro: «Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?». E furono presi da grande timore e si dicevano l'un l'altro: «Chi è dunque costui, al quale anche il vento e il mare obbediscono?».
Bella è la presenza del Signore in noi, gli attimi di comunione profonda, le aperture del cuore alle primavere dello Spirito.
Il Signore ci guida, ci prende la mano, ci porta in braccio e poi?
A volte ci lascia giù e si allontana, oppure... si riposa.
Gesù dorme!
Mamma mia che paura che c'è in noi, abituati ad averlo sempre come consigliere, maestro, guida, in prima linea contro il male, scudo dietro cui ripararci.
E' ora? Se il mare butta dentro la nostra barca delle onde alte e invadenti, che facciamo?
Quante volte ho sentito in me una contraddizione: provare a essere "adulto" nella fede e spingermi oltre il senso comune, oppure lasciare perdere e continuare la monotonia di una fede lasciata ad altri.
Gridare verso il mare urlando: "Basta, calmati!" oppure lamentandomi piagnucolare aiuto?
Una voce sempre mi ha detto: "Chi sei tu per gridare contro il mare? Chi ti credi di esssere? Come puoi tu governare il vento?"
Questa voce ha perfettamente ragione, io non sono nulla e nula posso contro le forze del male che tentano sempre di ditruggerci e di farci annegare, almeno nel senso spirituale.
Eppure Gesù ci invita ad osare. Non è la prima volta che Lui ci dice di avere fede e provare lo straordinario.
Lo "straordianrio" avviene per gli Apostoli quando Gesù li manda a due a due nella prima evangelizzazione: riescono a guarire chiunque grazie al potere conferito dal Maestro. Sono seguaci non ancora pronti, per così dire "acerbi", non hanno ancora compreso il messaggio evangelico e non ancora sono stati posti d'innanzi all'evento centrale della venuta del Cristo, quello della morte e della sua resurrezione. Lo "straordinario" lo prova Pietro quando scende dalla barca e inizia a camminare sulle acque verso Gesù, l'ordinario torna in Pietro quando inizia ad affondare.
La barca a questo punto del mio ragionare diventa il punto cruciale. Barca in cui gli Apostoli hanno una stretta comunione con il Signore, con cui vanno da un luogo ad un altro per evengelizzare, che funge da luogo privato, anche di insegnamento. La barca su cui Gesù sale allontanandosi da riva per prendere distanza dalla folla, Barca su cui si tirano su quantità incredibili di pesci, la barca vuota di Pietro dopo una notte di pesca infruttuosa.
Ci sono momenti in cui il nostro affanno prende il sopravvento. Un malanno, un cambiamento di salute, un peggioramento di una malattia cronica, oppure una brutta notizia che ci sovrasta e si insidia nel nostro profondo , l'accorgersi di avere fallito per una vita in un rapporto, ci fanno come risvegliare al mondo.
Da una dimensione di servizio si passa ad una di agitazione e di preoccupazione per la nostra salute e vita.
Gli "alri" scompaiono, il "Prossimo" và in una zona d'ombra e diventa secondario.
l nostro operare, che si basava sulla speranza, ora dispera.
La visione cristiana, ampia e liberante, cede a quella frammentaria del mondo.
La preghiera non è profonda, è agitata, come se la sua frequenza di emissione fosse troppo alta e trasmetta male sulle dimensioni profonde dell'anima.
La voce interiore viene riflessa e risulta fastidiosa. Non scava, non perfora, non si amalgama alla Pace in cui dimorano i buoni spiriti. Torna il desiderio di recuperare un qualcosa che si pensa importante e che è stato messo da parte: magari un eccesso di cibo o di alcool, la continua distrazione da se stessi, un peccato di purezza che intende ancora ribadire la propria sensualità accantonata, in modo astratto e inefficace. Si cerca di riconnettersi al mondo, come un naufrago che per molto è vissuto su un'isola deserta e ora è stato salvato e rimpatriato.
Ecco che si diventa poveri e malati per davvero.
L'animo viene umiliato e da cavaliere si ritrova ad essere un paggio sporco, ubriaco e inefficace.
Si cammina sempre un passo indietro dalla Vita che ora ci risulta lontana perché si è paralizzati e senza voce.
Gli oggetti cadono dalle mani, si è distratti e anche il gesto, anche quello semplice e consueto, è impreciso e inefficace.
Si passa da distrazione a distrazione senza trovare pace.
C'è un mio amico che sta morendo.
Il mio più grande dispiacere in questo momento in cui sono diviso, e quello di non potergli essere vicino come vorrei.
L'animo si agita al pensiero che potrebbe capitare anche a me e si insinua quella maledetta sensazione d'essere diversi dallo "sfortunato", dal "colpito", per qualche ragione spesso stupida e dettata dall'orgoglio.
Anche altri amici sono in tal modo agitati e si sentono fra di loro alla ricerca di una qualche giustificazione, nel tentativo di ritrovare la pace.
Ma io so cosa fare. Nulla riuscirà a strapparmi dall'amore di Dio. Se fossero le mie due braccia e la mia forza a trattenermi a Lui sarei perduto. Ma è Lui a tenermi, a volermi a tutti i costi. Lui, che è più forte di tutto, Lui che ha vinto il mondo.
La mia malattia o il mio peggioramento, la mia tristezza e fame di amore, tornerà ad essere uno dei tanti granelli di sabbia sparsi sulle spiagge del tempo.
Io non sarò più la mia malattia, ma la indosserò come un vestito, senza pesare su altri.
Non fuggirò agitandomi al mio destino. Farò in pace il possibile per stare meglio, senza paura.
Io oggi tornerò al Padre, riabbraccerò Maria, avrò ancora voce fonda e parlerò al mio amico che sta morendo. Lo terrò stretto a me, farò catena fra lui e Colui che mi sostiene. Tu sono
Oggi, sperando di trovare un Sacerdote, Gesù, verbo del Padre, confuterà il mondo, aprirà la sua strada, farà la volontà del Padre, non la sua, ne la mia.
Oggi 21 gennaio 26 credo data storica per la mia vita rileggo questo scritto dopo la tempesta con Monica. Mi accorgo di non aver mai perdonato alcuni suou atteggiamenti che reputo di comodo.
